INTRODUZIONE
Il presente lavoro, attraverso l'analisi dei dati statistici sugli incidenti stradali, mira ad una valutazione generale degli effetti dell'introduzione della patente a punti in Italia e all'estero.
La collettività, per soddisfare le sue esigenze di mobilità, è disposta ad affrontare e affronta ogni giorno un generico "rischio della strada", misurabile con i tassi di incidentalità e di mortalità. Il trasporto stradale, in particolare, rappresenta la modalità di trasporto più pericolosa. È compito dell'operatore pubblico farsi carico della minimizzazione di questo rischio, attraverso l'implementazione di azioni idonee a diminuire il numero e la gravità degli infortuni stradali.
Ogni anno nel mondo 700.000 persone muoiono sulla strada e più di 10 milioni rimangono ferite. Il costo per ogni paese rispetto al Prodotto Nazionale Lordo è stimato tra l'1 e il 3%.
La Commissione Europea, nel Libro Bianco sulla politica dei trasporti, stabilisce l'obiettivo di dimezzare entro il 2010 il numero delle vittime della strada, che nel 2000 sono state nell'Unione più di 41 mila, senza contare i feriti, pari a circa 1,7 milioni. I costi monetari che derivano dagli incidenti stradali in Europa sfiorano i 160 miliardi di euro l'anno, mentre i costi umani sono incalcolabili ma sicuramente drammatici. La spesa per gli interventi di prevenzione è stata finora comparativamente esigua rispetto ai danni, impegnando soltanto il 5% circa del costo totale degli incidenti. Appare immediata la sproporzione tra il rischio nell'uso della strada e le altre attività umane quotidiane: in altre aree di attività che potenzialmente comportano il rischio di rimanere feriti o di morire, come gli infortuni sul lavoro ad esempio, qualsiasi livello di mortalità è considerato inaccettabile.
L'Italia, in linea con altri paesi dell'Unione, si è posta l'obiettivo di ridurre del 40% il numero delle vittime degli incidenti stradali entro il 2010. Il problema del numero dei morti sulle strade nel nostro paese (6.682 persone e 334.679 feriti nel 2001) è stato affrontato, sino agli anni più recenti, con eccessiva tolleranza e con fatalistica rassegnazione: la legge istitutiva del Piano Nazionale della Sicurezza Stradale (PNSS) è molto recente (luglio 1999) e fino ad allora non era predisposto alcun piano articolato di misure volte a migliorare il livello di sicurezza stradale. Si è perciò accumulato un notevole ritardo rispetto ai paesi più attenti.
Benché in qualsiasi sistema dei trasporti esista un livello per così dire "naturale" di fatalità, insito nel sistema stesso e impossibile da eliminare completamente perché legato al numero dei veicoli circolanti e alla popolazione, è possibile però agire in maniera tale da ridurre sensibilmente il numero delle vittime dei sinistri. In paesi come la Gran Bretagna e la Svezia dove i rispettivi governi mettono la sicurezza stradale tra i principali obiettivi da perseguire e dove in tale direzione sono impegnati ingenti investimenti il tasso di mortalità è stato ridotto notevolmente. Ciò dimostra come e in che misura l'operatore pubblico può incidere positivamente sulla sicurezza stradale dei suoi cittadini.
Molto è stato già realizzato nel campo delle tecnologie antinfortunistiche, dove lo standard di sicurezza passiva dei veicoli più recenti si è notevolmente elevato rispetto al passato: basta pensare a dotazioni quali l'ABS e l'airbag, ormai considerati requisiti essenziali. Anche nel campo dell'ingegneria stradale piccoli passi sono stati compiuti nel nostro paese, ma in questo caso si tratta in genere di interventi di tipo strutturale, i quali –oltre a richiedere un sostanzioso contributo finanziario esplicano i loro effetti nel lungo termine. Si pensi ad esempio al trattamento dei punti pericolosi, all'incrocio a rotatoria, alle strisce in rilievo.
Alla luce del fatto che più del 60% degli incidenti è dovuto a comportamenti di guida sbagliati e che quasi il 47% del numero dei morti è causato da una guida scorretta, appare in tutta la sua importanza la strategia di intervento sull'elemento umano. Per la prevenzione degli incidenti stradali ci sono azioni volte ad accrescere la conoscenza del fenomeno e a favorire lo sviluppo di una diversa cultura della sicurezza stradale, come le campagne informative o educative. Ci sono poi interventi di tipo sanzionatorio, che mirano a contrastare i fattori di rischio incidendo direttamente sul comportamento degli utenti, ad esempio ponendo misure punitive per il mancato uso dei dispositivi di sicurezza e la guida pericolosa.
In quest'ottica la patente a punti rappresenta invece un sistema misto, poiché possiede aspetti sia di natura preventiva nei confronti degli incidenti stradali (in quanto attraverso una misura c.d. "sanzionatoria" è diretta a colpire i comportamenti scorretti), sia di natura rieducativa, attraverso i corsi per il recupero dei punti. Infatti al meccanismo dell'accumulo dei punti di demerito, fino alla sospensione della patente, è in genere associata la possibilità di recuperare il punteggio tramite la frequenza ad appositi corsi, la maggior parte dei quali miranti a rieducare i trasgressori per cercare di orientarli verso una guida più sicura. Alcuni corsi sono invece volti a migliorare le capacità pratiche dei conducenti.
La patente a punti è dunque un buon sistema per incoraggiare un comportamento orientato alla sicurezza, soprattutto nei confronti dei conducenti che trasgrediscono persistentemente il Codice della Strada (CdS). La patente a punti ha anche un effetto deterrente, poiché i trasgressori sono portati a considerare l'eventualità della sospensione della patente e non solo la pena pecuniaria. Il suo meccanismo è utile anche per le violazioni ripetute: c'è infatti una progressione della sanzione, che diviene più pesante dopo la prima trasgressione, poiché i punti si accumulano fino a dar luogo alla sospensione della patente. Il meccanismo dei punti di demerito ha alla base l'idea che coloro che violano persistentemente le norme relative alla sicurezza stradale hanno un più alto rischio di incidente: quindi la patente a punti contribuisce anche a espungere dalla strada i trasgressori più pericolosi.
In tutti i paesi del mondo dove è stato introdotto, il meccanismo della patente a punti ha contribuito a ridurre notevolmente il numero degli incidenti e delle vittime. L'ACI, che ne propose l'istituzione nel nostro paese già nel 1983, guarda perciò positivamente alla nuova legge che l'ha recentemente istituita. Per quanto riguarda l'ampiezza degli effetti positivi della patente a punti, questa sarà determinata da chi è chiamato ad applicare la normativa: la percezione del rischio, da parte del trasgressore, di essere individuato e punito varia a secondo delle sue aspettative sulla effettività e sulla severità dei controlli e delle relative sanzioni; queste ultime incidono quindi fortemente sull'efficacia del meccanismo.
C'è da dire peraltro che la previsione di ritirare la patente nel caso delle trasgressioni più gravi c'era già e rimane nel nostro CdS, a prescindere dai punti; e ci sono paesi, come la Svezia, dove i tassi di incidentalità e di mortalità sono tra i più bassi del mondo, benché la patente a punti non sia prevista, ma l'attenzione del conducente alle norme è molto alta a causa della notoria severità dei controlli stradali. Ci sono al contrario paesi, come gli USA, dove la patente a punti è operante da molti anni ma i tassi di incidentalità e mortalità rimangono tra i più alti del mondo. Quindi sembra che, quale che sia la sanzione (sanzioni pecuniarie, punti, ritiro ecc) quello che conta è alla fine la percezione del rischio e delle conseguenze della trasgressione, fattori che contribuiscono nel lungo termine alla formazione di una "cultura dei comportamenti corretti".
La patente a punti in Italia rappresenta comunque e senza dubbi un passo in avanti verso una politica della sicurezza stradale più incisiva ed efficace, in grado di diminuire il numero delle vittime. Per il momento, statistiche alla mano, sembra che gli automobilisti italiani siano più attenti sulle strade: gli incidenti sono diminuiti del 24% tra il 30 giugno 2003, data di entrata in vigore della patente a punti, e il 31 agosto dello stesso anno (da 36.026 a 27.537 incidenti), risparmiando 204 vite umane rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. Si tenga però presente che i buoni risultati ottenuti, sia in termini di vite salvate sia di incidenti evitati, potrebbero essere in parte dovuti al c.d. "effetto annuncio", provocato dalla massiccia campagna informativa e mediatica che sicuramente ha contribuito ad accrescere il potenziale deterrente della legge. Per una valutazione attendibile degli effetti si dovrà però attendere una serie storica sufficientemente ampia di dati statistici che confortino il buon andamento iniziale.
1. LA PATENTE A PUNTI: VIOLAZIONI DEL CDS E DETERRENZA
La prima patente a punti fu introdotta nel Connecticut (USA) nel 1947. Poi fu la volta del Regno Unito, nel 1962; a seguire, nel 1967, la Nuova Zelanda e alcuni Stati dell'Australia1; poi il Giappone (nel 1969) ed infine, più recentemente, in Europa. In qualsiasi Stato del mondo dove è stata adottata la patente a punti gli incidenti stradali sono diminuiti e così pure il numero delle vittime.
Per misurare l'impatto dell'introduzione della patente a punti nell'Irlanda del Nord (avvenuta nel 1997), nel 2000 sono state poste ai conducenti una serie di domande: il 37% non aveva cambiato affatto le proprie abitudini di guida; il 32% guidava con maggiore attenzione, mentre il 33% andava più piano. In Irlanda, dove il sistema è stato introdotto lo scorso anno (novembre 2002), nei primi quattro mesi sono stati assegnati punti di demerito a 23.000 conducenti e il numero dei morti sulla strada si è ridotto da 146 a 89 rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. Un'indagine rilevava che quattro conducenti su cinque avevano cambiato il loro comportamento di guida dopo l'introduzione della patente a punti. Ma uno studio più recente mostra che l'effetto maggiore è stato quello iniziale, durante i primi mesi; poi i conducenti hanno superato la paura di subire la sanzione dei punti di demerito e sono in parte tornati alle vecchie abitudini. Il problema è dunque quello di sviluppare controlli efficaci e vigilanza costante, affinché l'iniziale comportamento corretto dovuto alla paura della sanzione si trasformi nel tempo in comportamento abituale e consapevole.
1.1. RELAZIONE TRA PUNTI DI DEMERITO E INCIDENTI STRADALI
Obiettivo della patente a punti è l'identificazione di comportamenti a rischio per favorire la modifica di abitudini scorrette. Ma quanto è diretta la relazione tra il numero dei punti di demerito e gli incidenti? Diversi studi hanno cercato di porre in relazione i punti di demerito e gli incidenti stradali.
In California sono stati condotti studi sin dal 1964, utilizzando il database del Department of Motor Vehicles (la Motorizzazione americana). Nel sistema dei punti di demerito della California, a molte trasgressioni del Codice della Strada con veicolo in movimento è assegnato un punto di demerito; per violazioni più serie, come l'alcol alla guida e la guida pericolosa i punti sono due, mentre per la maggior parte delle violazioni con veicolo non in movimento non ci sono punti. Il sistema è estremamente semplice. Nel caso in cui più violazioni siano contestuali è assegnato solo il punteggio previsto per la trasgressione più grave.
Una pubblicazione edita nel 1990 del Californian Department of Motor Vehicles2 riscontra che la correlazione tra gli incidenti e i punti di demerito è leggermente più alta di quella tra gli incidenti e le trasgressioni accertate. Uno studio più recente conclude che:
- esiste una marcata relazione lineare tra i punti di demerito e il rischio di incidenti, confortando e sostenendo la poli-tica di applicazione del ritiro della patente come contro-misura per i conducenti con molti punti di demerito;
- al fine di identificare i conducenti ad alto rischio, è più ef-ficace il calcolo basato sul totale di tutti i punti di demeri-to e delle violazioni senza punti, sommati agli incidenti, rispetto al calcolo dei soli punti di demerito.